Hai i file, ma hai davvero le tue fotografie?

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«Ma tu stampi le fotografie?»

È una domanda che, ogni tanto, mi viene fatta in studio.

E ammetto che, quando arriva, mi lascia sempre un po’ perplesso.

Non perché sia una domanda strana. È assolutamente legittima.

Ma perché spesso mi viene fatta mentre la persona si trova in uno studio circondato da fotografie stampate, album, quadri e altri prodotti fotografici.

È un po’ come entrare in una panetteria e chiedere se vendono il pane.

Però, a pensarci bene, la domanda racconta qualcosa di importante.

Oggi siamo talmente abituati a vedere le fotografie sugli schermi che forse abbiamo dimenticato che, per gran parte della loro storia, le fotografie erano soprattutto qualcosa da tenere in mano.

E allora la domanda diventa un’altra:

Se ho ricevuto i file digitali, ho davvero ricevuto le mie fotografie?

Il file digitale non è la fotografia

Quando si conclude un servizio fotografico, oggi è normale ricevere una galleria digitale.

È comodo. È pratico.

Le fotografie possono essere scaricate, conservate, condivise e inviate facilmente.

E non c’è nulla di sbagliato in tutto questo.

Il problema, forse, è che abbiamo iniziato a confondere il contenitore con il contenuto.

Un file digitale non è una fotografia nel senso fisico del termine.

È un insieme di dati, numeri e pixel che permette a uno schermo di ricostruire e mostrarci un’immagine.

Non possiamo appenderlo al muro. Non possiamo sfogliarlo in un album. Non possiamo prenderlo in mano.

Il file è il mezzo attraverso il quale possiamo vedere la fotografia.

Ma la fotografia, in qualche modo, comincia davvero a vivere quando smette di essere soltanto un’immagine dentro una cartella.

Abbiamo più fotografie di sempre, ma quante ne guardiamo davvero?

Oggi abbiamo più fotografie che in qualsiasi altra epoca.

Abbiamo fotografie sul telefono, sul computer, su un hard disk, su un cloud.

Ne abbiamo migliaia, forse decine di migliaia.

Eppure quante di queste immagini guardiamo davvero?

Quante volte ci diciamo:

«Prima o poi devo stampare le fotografie dei bambini.»

«Dovrei fare un album.»

«Devo scegliere una foto da mettere in casa.»

Poi passano i giorni, passano i mesi, a volte passano gli anni.

E quelle fotografie rimangono dentro una cartella del computer.

Sono lì, le possediamo. Ma non le vediamo.

Ed è questo, secondo me, uno dei grandi paradossi della fotografia digitale.

Abbiamo la possibilità di conservare immagini in quantità praticamente infinita, ma spesso finiamo per non guardarle più.

servizio fotografico smash cake

Una fotografia stampata non ha bisogno di essere cercata

Una fotografia stampata è diversa.

Non necessariamente migliore in assoluto.

Semplicemente, vive in modo diverso.

Un’immagine appesa al muro non ha bisogno che qualcuno accenda un computer per essere vista.

Un album non ha bisogno di essere cercato dentro una cartella.

Una stampa su una mensola può essere incontrata per caso mentre si passa.

E magari quella fotografia è proprio quella di un bambino che oggi è già cresciuto.

Oppure di una famiglia che, nel frattempo, è cambiata.

La fotografia è sempre la stessa.

Siamo noi ad essere cambiati.

Ed è anche per questo che una fotografia stampata può assumere un valore diverso con il passare degli anni.

«Me le stampo da solo, così risparmio»

È un ragionamento assolutamente comprensibile.

Una volta ricevuti i file, si può scegliere liberamente dove stamparli.

E i file sono del cliente, può utilizzarli come preferisce.

Non c’è nulla di sbagliato nel cercare una soluzione conveniente o nel decidere di occuparsi autonomamente delle proprie fotografie.

Il punto è un altro.

Una stampa non è semplicemente una fotografia trasferita su un pezzo di carta.

Il risultato può cambiare in base al tipo di carta, al formato, alla qualità del laboratorio e alla gestione dei colori.

Una fotografia può risultare più scura, avere colori diversi da quelli visualizzati sul monitor o essere stampata con proporzioni che modificano l’immagine originale.

Non significa che ogni stampa realizzata autonomamente sia necessariamente sbagliata.

Significa soltanto che il risultato non è sempre così scontato.

E qualche volta una fotografia che sullo schermo sembrava bellissima, una volta stampata, non restituisce quello che ci aspettavamo.

Stampare attraverso il fotografo non significa necessariamente spendere una fortuna

Questo è un altro aspetto che spesso viene dato per scontato.

Molte persone pensano che, una volta ricevuti i file, stampare attraverso il fotografo significhi necessariamente spendere molto di più.

Ma non è sempre così.

Nel mio caso, chi ha già acquistato un servizio fotografico e possiede i file non deve pagare nuovamente il valore della fotografia.

Il lavoro fotografico è già stato realizzato.

La stampa è un prodotto aggiuntivo.

Per questo può essere proposta a un prezzo ragionevole, senza trasformare ogni fotografia stampata in una spesa eccessiva.

Il punto non è guadagnare sulla fotografia ogni volta che viene stampata.

Il punto è offrire un prodotto che possa valorizzare il lavoro fatto e che restituisca l’immagine nel modo più corretto possibile.

Naturalmente, ognuno è libero di scegliere.

Ed è giusto che sia così.

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Il problema non è avere i file

Vorrei essere molto chiaro su questo.

Non sono contrario ai file digitali, anzi, li consegno ai miei clienti perché possano conservare e utilizzare le proprie fotografie nella loro vita personale: stamparle, condividerle sui social o semplicemente conservarle come ricordo.

Naturalmente, come per ogni opera fotografica, esistono dei limiti: le immagini non possono essere alterate o utilizzate per finalità commerciali senza il consenso del fotografo.

Ma, per tutto ciò che riguarda la loro vita personale, i file rappresentano una grande libertà.

Il problema non è avere i file.

Il problema è pensare che il file sia necessariamente il punto di arrivo.

Perché spesso è soltanto il punto di partenza.

La fotografia può diventare una stampa, un album, un quadro, un’immagine incorniciata.

Qualcosa che entra concretamente nella nostra vita e che possiamo incontrare ogni giorno.

Una fotografia non dovrebbe vivere soltanto dentro una cartella

A volte penso che abbiamo trasformato le fotografie in qualcosa da archiviare invece che in qualcosa da vivere.

Abbiamo paura di perdere i file.

Facciamo copie di sicurezza.

Li trasferiamo da un computer all’altro.

Li salviamo su hard disk e servizi cloud.

E tutto questo è importante.

Perché perdere le fotografie sarebbe un vero peccato.

Ma una fotografia che viene conservata perfettamente e poi non viene mai più guardata rischia comunque di diventare una memoria dimenticata.

Non serve stampare tutto.

Non serve avere centinaia di fotografie appese alle pareti.

Non serve necessariamente acquistare un album dopo ogni servizio fotografico.

Ma forse vale la pena scegliere alcune immagini.

Quelle che ci rappresentano di più.

Quelle che, tra dieci o vent’anni, vorremo ancora vedere.

E dare loro un posto.

Il file è il punto di partenza

La fotografia digitale ci ha dato una libertà enorme.

Possiamo scattare, conservare e condividere immagini con una facilità che fino a pochi decenni fa era impensabile.

Ma forse, proprio perché oggi è tutto così semplice, abbiamo iniziato a dare meno valore alle fotografie.

Un file può essere copiato, spostato, archiviato, dimenticato.

Una fotografia stampata, invece, diventa qualcosa di concreto.

Qualcosa che possiamo incontrare.

Qualcosa che può accompagnarci nel tempo.

Per questo, quando consegno i file di un servizio fotografico, non penso che il lavoro della fotografia sia necessariamente finito.

Il lavoro fotografico, sì.

Ma la vita delle fotografie potrebbe appena iniziare.

Perché avere i file non significa necessariamente avere le proprie fotografie.

A volte significa soltanto avere la possibilità di trasformarle in qualcosa che, finalmente, possiamo vedere davvero.

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